Perché

Perché


08-04-2016

La verità, probabilmente, è che non avrei mai dovuto vedere a breve distanza di tempo l'affresco di Cimabue nella Basilica di S. Francesco in Assisi, quello con la figura in Croce e tutte le altre, nere; e quella mummia femminile al Museo Egizio di Torino: il suo volto, ricordo, scoperto per mostrare la carne preservata nei secoli, ma anch'esso così terribilmente, innaturalmente scuro.

Il fatto è che avevo da parecchio tempo delle idee inespresse e, soprattutto, non riuscivo a immaginare un modo di esprimerle. Tutti gli strumenti, grafici e fotografici a mia disposizione, avevano fallito, ed ero condannato a dovermi rassegnare a tenere queste idee per me, o dedicarmi ad altri mezzi - la scrittura su tutto.

Poi, la visione. Doppia. E tanto ravvicinata.

Volti neri: per i quali - mi fu spiegato - lo stesso fattore, cioè il tempo, era valso a mutare così drammaticamente l'aspetto esteriore delle carni, una già morta ma perfettamente integra: la povera imbalsamata; l'altra viva almeno, se non si crede, nello spirito della raffigurazione. Mi si parlava di bianco di piombo e di ossidazioni, di sostanze rare, antiche; rammento nomi esotici, aloè, natron. Viraggi dei colori originari, l'arte degli imbalsamatori, il significato sacro, benché a diverso titolo, in entrambi i casi. Ma ormai non ascoltavo più: pensavo alla perfezione di quelle opere, che avevano sfidato - vincendolo - il trascorrere del tempo, anche se al prezzo di devastanti mutamenti esteriori.
Il tempo. I suoi colori. Quelli della dissoluzione. E la conservazione. Quel signiicato arcano, sacro. Aveva provato ad aggredire quegli incarnati... ma che effetto avrebbe avuto sulla viva pelle che il fotografo ha la possibilità di ritrarre...

Sarebbe stato gentile, il tempo, o implacabile? Avrebbe deturpato, o preservato? I loro volti: una trasfigurazione?

Ero già di là.

Poi, indegnamente, la visione - non posso definirla vero studio, ma ricerca appassionata e febbrile, a volte anche tesa, dolorosa; e tuttavia nei più alti momenti, epifanica - dei maestri, tra cui Munch (che fu fotografo!) e Füssli, Blake e quindi Rossetti, Bosch, Moreau, Böcklin, Klimt, Sironi, Buzzati pittore: accostati bizzarramente, lo riconosco. Ma attraverso d'essi, di ciascuno di loro, la scoperta che l'espressione interiore non può, non deve essere subordinata a nessuna regola precisa, non condizionata dall'affermazione della rappresentazione gradevole, e non necessariamente tesa alla ricerca della bellezza assoluta, di quella come tale comunemente intesa.

Sarebbe troppo, e troppo ambizioso, dire che alcuni di questi, o anche uno solo, siano stati in qualche maniera, anche la più indiretta, le mie fonti. L'arte di quelli da una parte, la povertà dei miei sforzi di qua.

Ma ai miei occhi tali ri-scopritori di corpi ingiuriati, devastati, così significativamente umani, hanno davvero rappresentato il fondo dell'anima, nelle sue luci ed ombre, e attraverso questo, la scintilla della creazione.

E la contemplazione di quelle maledette, grandissime opere è il cibo - amaro e dolcissimo - che mi ha nutrito per anni. Tanto basti. Ma poi la ricerca di un piano più terreno. Fotografi, illustratori. Quanti altri, quanto grandi. Citare tutti quelli verso i quali mi sento debitore, e sono moltissimi, sarebbe veramente troppo lungo. Grazie, che altro scrivere?

Questa, in poche parole, è la genesi di queste immagini. Dai primissimi tentativi di venti e oltre anni fa (oggi, 2016, più di trenta) , alle attuali interpretazioni, meno elaborate e più dirette, più gentili in alcuni casi, ma dal medesimo - mi si perdoni - intenso significato, nulla nasce e si sviluppa a caso sulla pellicola, ottica o digitale.

È tutto qui, nella mia tormentata testa, dove: nel suo sapersi turbare ancora di fronte a capolavori inquietanti; ancora nella cristallizzazione, il ricordo di due corpi: i loro volti, completamente neri.

Roma, maggio 2003/aprile 2016

(immagine da Wikipedia)